L’INSEGNAMENTO

» Testimonianze

di Gaura Devi

La prima maestra fu l’India, con tutta la sua bellezza, le sue brutture, il suo fascino e le sue contraddizioni.
L’insegnamento più immediato fu la pazienza, perché per ogni cosa bisognava sempre aspettare, soprattutto quando si viaggiava. Gli autobus erano strapieni, le macchine andavano a trenta kilometri all’ora, le code per i biglietti dei treni erano interminabili. Gli indiani non si irritavano, nonostante la ressa, non si calpestavano, c’era molta solidarietà fra di loro. Si muovevano con allegria e con una incredibile  agilità nel traffico pazzesco delle città, fra auto, biciclette, carri e mucche sacre, rispettandosi a vicenda.


In ogni situazione la prima regola era: sedersi e saper attendere, con la fiducia che prima o poi qualche cosa sarebbe successo. Il clima torrido richiedeva per sopravvivere una grossa capacità di sopportazione, di abbandono, un lasciarsi andare, sciogliendosi senza reagire nell’energia del calore, divenendo uno con esso. Occorreva dimenticare se stessi.
Trascorsi a volte lunghi pomeriggi d’estate stesa in una stanza, sudando come in una sauna, attenta solo al rumore del mio respiro e dei miei pensieri, senza più la forza di volere o desiderare nulla. La mente, spossata dal caldo, finalmente si fermava, entrando in uno stato di vuoto spontaneo.
Il ritmo e il senso della vita sono sempre contemplativi per gli indiani, che sanno che occorre poter vedere il proprio destino ed essere in armonia con esso, invece di presumere di aggredire la realtà con i propri desideri. La forza richiesta è quella della resistenza passiva, è la capacità di accettare ciò che succede, di essere rilassati in tutte le circostanze. L’India è inoltre una grande maestra di distacco dalle cose esterne e dai bisogni del proprio corpo. Anche l’indiano più semplice sa che l’universo fisico non è così concreto come ci appare, è invece solo un flusso impermanente di fenomeni. Si crede al karma, la legge di causa ed effetto, secondo la quale tutto ciò che esiste, gioia o dolore, è creato dalle nostre azioni. Più si riesce a fare della vita una scuola, al di là dell’attaccamento, più velocemente si acquistano la conoscenza e la liberazione dalla sofferenza. (.......). In questo grande paese mi sentivo libera, immersa in un bazar immenso e multicolore, dove potevo muovermi, vestirmi, comportarmi come volevo e dove c’era posto anche per me, pellegrina occidentale.
Iniziai a seguire Babaji dovunque egli andasse, cercando di capire che cosa egli avesse da insegnarmi e lottando con le poche parole d’inglese che entrambi parlavamo. All’inizio sembrava che non succedesse mai nulla, si stava seduti per ore a cantare, guardando Babaji incantati, senza neppure sapere perché, ma interiormente, nel cuore di ciascuno dei presenti, avevano luogo le esperienze e le trasformazioni più intense che ci si possa immaginare.
Il suo metodo era assolutamente informale e inaspettato. Da un lato gravitava attorno a lui la tradizione religiosa indiana, con i propri rituali e i propri simboli, dall’altro lato Babaji era chiaramente al di là di ogni schema e pronto a fare le cose più imprevedibili. Giocava con i problemi psicologici di ognuno, usando il metodo dello “psichiatra selvaggio”, prendendoci spesso in giro, per cercare di farci andare oltre i nostri limiti e il personaggio che ci eravamo cuciti addosso e in cui di solito ci identificavamo.
Parlava molto poco, si esprimeva più che altro con dei gesti, con gli occhi, con l’espressione del volto, faceva succedere delle cose, creava delle situazioni.
Iniziò col dirmi semplicemente di sedermi, di stare tranquilla, facendomi cenno di mettermi accanto a lui, in silenzio. Era un’impresa molto ardua, quasi impossibile per me, giovane ragazza inquieta, la mia mente si agitava senza tregua, invasa da un turbine di pensieri, ancora più insistenti quando cercavo di reprimerli. Il silenzio di Babaji era un vuoto immenso, in cui mi sentivo persa, senza più nulla a cui aggrapparmi. Capii dopo un po’ che dovevo chiedere umilmente aiuto, interiormente, imparando a non fare resistenza alla corrente mentale, anche a quella dei pensieri negativi. Dovevo accettare qualsiasi emozione guardandola in viso, affrontandola per poterla riconoscere, ed eventualmente trasformare.
Babaji era uno specchio impietoso e trasparente, bastava essere alla sua presenza per vedersi nella propria nudità, era terrificante, era il Dio Shiva, il distruttore dell’ego.