Dove va il movimento

» Satsang

di Tulsa Singh

Da un discorso del Dalai Lama ho imparato che ci vuole una visione chiara in grado di ispirare l’azione. Senza visione non c’è entusiasmo, senza entusiasmo non c’è azione valida.  Muniraj ci ha detto di unirci nell’idea, ora che lui non è più nel corpo fisico, dovremmo confrontarci e unire le nostre idee in una visione comune su come vogliamo andare avanti. Ci rendiamo conto che noi come gruppo direttivo del Samaj facciamo parte del movimento ma non siamo il movimento che ha, nel suo complesso, un suo andamento proprio, può comunque essere importante per tutti sapere cosa pensano le persone che conducono attualmente il Samaj Italiano.   Con queste premesse pubblichiamo le considerazioni di alcuni membri dell’attuale consiglio direttivo, ricavate dalle trascrizioni degli ultimi incontri.

Herakhandi Yoga

di Padam Singh

Io non ho conosciuto Babaji, ma ho conosciuto il metodo che Babaji ci ha insegnato per il cambiamento della coscienza. Per quello che ho capito io è un metodo che si regge su due gambe: il baktiyoga e il karmayoga.  Herakhandi yoga è questo.
Io vedo nella mia vita di tutti i giorni che ottengo un gran beneficio quando riesco, con una certa costanza, ad alzarmi anche solo mezz’ora prima, a farmi la mia doccia, a sedermi vicino alla foto di Babaji, a offrire l’incenso e a recitare la prima parte dell’Arti. Quando riesco a fare questa pratica, ho notato che poi le azioni durante la giornata si trasformano in karmayoga. I problemi non spariscono come se avessi una bacchetta magica, ma li affronto in una maniera diversa. Fare la Sua pratica è il mio modo di conoscere Babaji. Recitare l’Arti poi, è per me una gioia immensa perché nell’Arti c’è tutto, è un qualcosa di meraviglioso. Muniraj per tutta la sua vita ha fatto questo herakandiyoga. Cisternino è nel cuore di tutti i devoti Italiani che in agosto confluiscono qui, ed è simile ad Herakhan, un laboratorio umano. Sono d’accordo che questo posto debba mantenere e coltivare l’herakhandiyoga. Per alcuni di noi certe pratiche indiane, certe puje possono essere affascinanti, ma la grandezza di Babaji sta nel fatto di averci dato delle pratiche semplici cioè l’Arti (bhakti yoga) e il karma yoga. Sono come due gambe e devono andare insieme.
Occasionalmente, penso, si possano fare puje speciali, ma bisogna rimanere alle cose semplici che ci ha insegnato Babaji e al karmayoga. Una volta Shani mi disse: “In India esistono puje per tutte le ore del giorno e se dovessimo farle tutte saremmo impegnati dalla mattina alle cinque fino a sera con una piccola pausa pranzo!”. Esiste un’anima tecnicista che sta attenta a com’è messo un fiore e vede errori dappertutto: se io so delle cose in più posso aiutare un altro, con gentilezza senza usare quello che so come una clava. Dobbiamo riuscire a darci un rispetto reciproco e a riconoscerci. Babaji faceva l’avana solo con l’acqua! Negli ashram di Babaji possiamo invogliare le persone a fare la semplice sadhana di Babaji e il karma yoga insieme. Facciamo tanti seminari, dovremmo farne anche sul karma yoga che è la nostra pratica, coinvolgendo le persone nuove e i giovani.
E la fine di un’epoca. Munirajji e Ganga se ne sono andati e oggi forse siamo in grado di gestire le cose.
Con le sue ultime parole Muniraj ci esorta ad essere felici. Gli eventi dove eravamo tutti insieme come il gurupurnima sono stati gioia pura e in questa direzione dobbiamo andare.


Un cambiamento epocale

di Prem Singh

Quando mi dissero che Babaji aveva lasciato il corpo sentii una sensazione come se mi si squarciasse il petto e sentii una sensazione di libertà. Babaji andandosene ci ha reso liberi da quella sorta di dipendenza che avevamo nei suoi confronti. Muniraj, per tutti quelli che hanno conosciuto Babaji, era il più elevato di tutti noi. Una volta feci pranam a Babaji e Babaji mi disse di farlo a Munirajji che era seduto lì vicino. Io gli feci pranam quasi meccanicamente, perché Babaji semplicemente me lo aveva detto. In quel momento capii che lo stava investendo di questo ruolo di maestro, che sarebbe stato un guru. Noi chiamavamo Babaji, Guruji, un giorno Babaji ci disse: “Non Guruji, ma Prabuji. Munirajji è Guruji.” La grandezza di Muniji è che ha realizzato il messaggio di Babaji. Muniji non ha aggiunto o tolto una virgola di quello che è il messaggio di Babaji. E’ stato l’esempio vivente del Messaggio di Babaji. E’ stato un grande esempio di pazienza e di moderazione, e insegnava a far tutto. Mi conforta molto che alcune persone come Kali Prasad, Nidhi e altri hanno sentito questo senso di liberazione. Ora come Samaj c’è richiesto un grossissimo impegno. Non sappiamo come, ma si è aperto un nuovo corso. Quando Babaji ha lasciato il corpo le cose sono cambiate completamente, sono finite le illusioni e abbiamo cominciato a darci da fare.
La pratica del karmayoga, a cominciare da quando Babaji ha lasciato il corpo, è andato sempre più scemando a parte qualche eccezione come Gorari.  Quando c’era Babaji esistevano dei maestri di karmayoga che ci aiutavano a lavorare. Certo oggi tutto quello che faccio lo dedico al Signore, anche nel mio lavoro, che è quello di fare le case, e lo distacco dall’effetto, dal risultato, dalle gratificazioni che posso ottenere. Cerco di metter questa coscienza in quello che faccio.
Una volta Babaji disse di scaricare un camion pieno di sacchi pieni di provviste per i monsoni e si doveva fare in fretta. Babaji stava lì accanto a me e mi disse di avvicinarmi. Mi caricarono un sacco pesantissimo sulle spalle, talmente pesante che pur cercando di muovere un passo, io non ci riuscivo. Non riuscivo assolutamente a muovere la gamba e Babaji stava vicino a me e mi guardava, poi ad un tratto  disse: “GO!”.  Una sola parola, ma con quel “go” mi diede una goccia di energia in più che proprio non l’avevo dentro. Io cercavo di muovermi ma proprio non ci riuscivo. Mi ha dato giusto quel tocco in più che mi mancava, e sono riuscito a muovere un passo, poi un altro, e un passo dopo l’altro, sono riuscito ad arrivare alla gufa e a scaricare il sacco sulle scale. Ma oggi chi insegna questo!?
Jaimal veniva e ci diceva cosa fare; Babaji ci faceva spostare i macigni in questa maniera. E’ vero che c’erano pure i vecchi che spostavano piccole pietre.
Una volta ad Herakhan mentre noi spostavamo i macigni c’era un vecchio che spostava pietruzze da qua a là; un ragazzo che era appena arrivato dall’Italia mi disse:
“Ma che fa quello!?”.
“Fa karmayoga.” Risposi.
In effetti era quello che poteva fare.
Si può fare di tutto; però bisogna entrarci nel karmayoga! Purtroppo nel nostro movimento il karmayoga è andato scemando sempre di più. Sicuramente ognuno l’avrà fatto per conto suo mettendo su famiglia, lavorando… ma quello collettivo, quello insieme c’è sempre meno. Ma chi insegna veramente il karmayoga? Chi insegna questo lavoro di qualità. Perché il grande messaggio di Babaji sta in questa qualità, nel lavoro fatto con questa coscienza, che è una cosa rivoluzionaria in questo tipo di società dove viene propagandato un lavoro di tipo diverso, dove si mira al guadagno, alla ricompensa economica ecc. Quello che insegna Babaji è questa qualità diversa del lavoro. Non so quanti di noi hanno capito veramente cosa significa karmayoga.  Jaimal lo insegnava con l’esempio, perché è solo con l’esempio che si può insegnare, era sempre di buon umore, sorrideva, aveva sempre una parola d’incoraggiamento, se vedeva uno troppo irruente, gli diceva di rallentare, di stare attento lo aiutava amorevolmente a trovare il ritmo giusto.
Purtroppo tutto il movimento in tutti questi anni ha un po’ perso di vista questa cosa.  Per esempio Galeazza è stata una grande opera di karmayoga, ha rimesso un castello in piedi, e curato una boscaglia che non veniva pulita da decenni. Eravamo tutti veramente abituati a questo karmayoga, eravamo freschi dell’esperienza fatta con Babaji. Oggi sarebbe possibile questo?
In tutti questi anni quella storia del karmayoga l’abbiamo un po’ trascurata. Dobbiamo fare autocritica anche noi di Cisternino, in questo periodo siamo stati bravi a gestire l’ashram, ma il karmayoga in questi ultimi anni è andato perdendosi. Basta vedere cosa succedeva quando c’era Babaji: alla sera le gambe erano spezzate, io la mattina mi svegliavo ancora con la stanchezza del giorno prima addosso.
Mi chiedo come si fa a realizzare tutte quelle cose bellissime che abbiamo detto sull’unità?
Non mi riconosco in una visione troppo ritualista, bigotta, né mi riconosco nei pandit indiani. Noi siamo contrari a costruire una chiesa. Ma questo porta a un’incrinatura nel movimento? Come si fa a mantenere unito il gruppo e non creare separazioni e spaccature?
Su questa cosa di non creare una chiesa bisogna allargare la discussione a tutti nell’assemblea.