freccetta Om Namah Shivaya

Semestrale di informazione dell’Herakhandi Samaj Italiano

L’unità come stato di coscienza

» Notizie dal Herakhandi Samaj Italiano

[Sezione dedicata all’informazione sull’HSI, curata da Tulsa Singh]

 

L’unità di cui parla Babaji possiamo realizzarla solo con un cambiamento del nostro stato coscienza. Affinché succeda, usando la Sua metafora, che la capra e il leone bevano alla stessa fonte è necessaria una coscienza diversa da quella comune alla maggior parte delle persone, basata essenzialmente sull’io e sul mio. Quando siamo in un ashram e seguiamo il percorso dell’herakhandi yoga, tutte le pratiche che facciamo durante la giornata tendono a farci uscire da quello stato di coscienza normale che tutti conosciamo, che è il risultato del nostro background culturale, per farci entrare su un piano di coscienza dominato dal sentimento di essere con Dio nel cuore e nella mente qualsiasi cosa facciamo. Siamo stati allevati culturalmente con l’idea dei buoni e dei cattivi, degli indiani e dei cowboy, per poi scoprire che si potevano ribaltare i ruoli e che i buoni erano anche cattivi e viceversa. Per raggiungere l’unità di cui parla Babaji dobbiamo superare gli opposti e sviluppare uno stato di coscienza che percepisca chiaramente come un tutto la dinamica fra le polarità opposte. Visualizzo quest’ unità come una ruota formata da tanti raggi che tirano uno in senso opposto all’altro.  Forze che vanno in una direzione e altre che vanno in quella opposta.
Prendiamo, per esempio, quella tendenza del nostro movimento che qualcuno ha chiamato l’anima ritualistica e la sua tendenza opposta, quella non ritualistica, al posto di vederle in contrasto fra loro possiamo considerarle entrambe buone perché è proprio grazie alla loro opposizione che  la ruota sta insieme. Se tu sei bianco, pur rimanendo del tuo colore, niente t’impedisce di pensare com’è bello che esista anche il nero. Possiamo imparare ad apprezzare l’altro, anche se sta percorrendo la stessa strada, ma in modo diverso.
L’unione in Babaji, rende la nostra comunità una famiglia speciale: sembra che Lui sia in grado di tenerci uniti.  Nelle altre famiglie si litiga e i fratelli non si vedono più per anni; nella nostra si litiga ma si continua a stare insieme. Babaji è come il centro della ruota che tiene uniti i raggi. Se noi riuscissimo a realizzare quest’unità che comprende gli opposti, forniremmo la prova che è possibile stare insieme nella diversità, diventeremmo un esempio, e tutta la famiglia degli esseri umani ne beneficerebbe, in particolare i giovani
Quello stile di vita che Babaji ci ha insegnato, che è difficile fare fino in fondo, che parte col bagno alle quattro della mattina e finisce con l’arti della sera e che siamo soliti chiamare herakhandi yoga, penso abbia come risultato proprio quello di alleggerire la nostra anima perché si elevi a un piano di coscienza più alto. La capra e il leone, per quanto diversi sono uguali nel loro bisogno di bere. Così, noi, per quanto provenienti da storie molto diverse, possiamo riconoscere nell’altro lo stesso bisogno di amare e di essere amato.
Stando vicino a Babaji, ho realizzato che l’unità è uno stato mentale per cui fai le cose sentendoti amorevolmente con gli altri, uno stato mentale che genera, senza sforzo, pensieri gentili verso tutti e ci fa sentire di non andare contro nessuno. Questo fatto di fare le cose con e non contro fa la differenza. Infatti possiamo fare una puja insieme, ma se ho un pensiero negativo verso qualcuno, se guardo quella persona e la sto criticando non sono con quella persona. In realtà noi potremmo essere tutti insieme a cantare e non esserci affatto unità. Viceversa noi potremmo metterci nelle condizioni mentali di accettare gli altri per quello che sono, senza pretendere che siano diversi e sentirli mentalmente vicini anche alla distanza.
C’è sempre qualcosa che possiamo apprezzare nell’altro, se ci impegniamo a trovarlo, e comunque spesso è inutile marcare i difetti dell’altro, perché solitamente l’altro li conosce. L’altro avrebbe bisogno piuttosto di un sostegno per poterci lavorare su.  Appesantirgli il fardello con le nostre critiche o col nostro rifiuto, non lo aiuta. Solitamente siamo anche molto critici verso noi stessi e quindi avremmo bisogno che gli altri ci aiutassero, riconoscendoci quello che sappiamo fare di buono. L’apprezzamento reciproco crea un’unione mentale. L’apprezzamento sincero fa bene soprattutto a chi lo fa.
E’ anche possibile una sana comunicazione dove ci si dice qualsiasi cosa in verità: se il nostro atteggiamento è amorevole, i nostri feedback arriveranno all’altra persona come utili informazioni com’è utile lo specchietto retrovisore di un’autovettura, e sarà possibile farne un buon uso o, eventualmente, scartarli se in quel momento non possono servire. C’è anche questa capacità di accettare benevolmente i feedback.  Se uno mi mette a disposizione la sua esperienza trentennale e mi corregge dicendomi che quella cosa si fa meglio in un’altra maniera, prima di mettermi sulle difensive è meglio chiedermi se quello che dice, anche se suona come una critica, mi può essere utile. Si può imparare a non arrabbiarsi, ad accettare i feedback e a valutare se quello che ci dice un altro può esserci utile. Così l’interazione può essere ancor più produttiva. Certo uno si può rivolgere a noi in maniera arrogante, ma nello stesso tempo può darci delle utili informazioni. La nostra risposta dipende da come scegliamo di reagire. Possiamo anche raccogliere le informazioni che ci sono utili e non prestare attenzione all’arroganza e a tutto il resto. Se riusciamo a interagire a questo livello potremmo imparare gli uni dagli altri. Questo è un livello superiore che si può raggiungere quando si è già in grado di apprezzare gli altri.

Questi ragionamenti ci riportano a un lavoro che ognuno dovrebbe fare con se stesso. Quando tu non pensi negativamente di nessuno, puoi incontrare tranquillamente ogni persona e guardarla negli occhi, puoi sorriderle e hai piacere quando la vedi sia con gli occhi fisici sia con quelli della mente. Come si fa a creare l’unità senza questo lavoro con se stessi?
Un lavoro di unità quindi da fare all’interno della propria mente. Con un piccolo sforzo possiamo certo trovare qualcosa di apprezzabile in ognuno di noi e partire di lì. Con questo lavoro su noi stessi creiamo l’unità spirituale.
L’unità non è essere insieme e basta, ma apprezzare la presenza di ogni altra persona, veramente e semplicemente. Orientare la propria mente in questa direzione è possibile. Se invece ci lasciamo andare alle cattive abitudini e puntiamo il dito della critica e del disprezzo che unità sarà mai!
Siamo seduti a fare la yajna insieme? Ma, siamo veramente insieme o stiamo criticando mentalemente tutto quello che non va bene?
Babaji ci faceva fare a Herakhan più Arti in contemporanea, e quindi dovevi scegliere dove andare e nello stesso tempo rimanere in contatto mentale con tutto il resto. Questo penso sia il punto. Se mi ricordo le prime volte che sono stato con Babaji avevo dei pensieracci nei confronti di tutti, anche a livello nazionale, in particolare verso i tedeschi e gli americani. Alla fine mi arrivò un messaggio interiore del tipo: quell’americano, quel tedesco, sei sempre tu!


Tulsa Singh