freccetta Om Namah Shivaya

Semestrale di informazione dell’Herakhandi Samaj Italiano

Ateismo nel nome di Dio

» Satsang

Il Tao che può essere nominato non è l’eterno Tao
Il nome che può essere nominato non è l’eterno nome
L’innominabile è eternamente reale
Nominare è l’origine di tutte le cose particolari
Libero dal desiderio realizzi il mistero
Catturato dal desiderio vedi solo le manifestazioni

Tao Te Ching (Lao Tzu)

 

Il cammino spirituale è un processo di graduale disillusione nel quale tutte le nostre idee riguardo chi siamo, cos’è la vita, cos’è Dio, cos’è la Verità e cos’è lo stesso cammino spirituale vengono smontate e distrutte.
È anche un cammino entusiasmante, perché quest’opera di
smantellamento alla fine ci lascerà con la nuda Verità, che è l’unica cosa che alla fine può soddisfarci.

Mariana Caplan

 

Sri Babaji ci diceva di andare dai saggi e una volta disse che Ramana Maharsi non era uno dei tanti santi dell'India ma un vero Rishi. Per questo ho studiato a fondo tutte le opere che ne raccolgono gli insegnamenti e anni fa quando il bollettino era cartaceo pubblicammo la traduzione della Ramana Gita, con la certezza di esprimere insegnamenti che Sri Babaji condivideva profondamente.

Questi insegnamenti sono davvero illuminanti e smontano alla radice le pretese dell'ego, e ci spingono a sperimentare direttamente la natura del Sé e gli inganni della mente.

Attraverso l'auto-indagine, la meditazione su: "chi sono io?" suggerita dai maestri dell'Advaita come Ramana e Nisargadatta Maharaj, emerge lo stato naturale della consapevolezza. Uno stato di coscienza che non reagisce meccanicamente alle circostanze esterne, ma osserva con chiarezza le reazioni del corpo-mente di fronte alle situazioni, senza identificazione con i movimenti del pensiero e con l'osservatore stesso.

E' la totale negazione del tempo psicologico nella semplicità del sentire immediato e non diviso, in cui non c'è l'illusione di uno sperimentatore separato dall'esperienza. Seppure sia difficile da descrivere questo stato è la cosa più semplice che si possa immaginare, come il vivere spontaneo libero dai filtri del pensiero. La conoscenza, le credenze e tutti i condizionamenti accumulati sono messi da parte nel sentire immediato e la vita scorre senza attrito in una semplicità dell'essere che non è indifferenza o distrazione, bensì una più lucida presenza. Accade senza sforzo, senza intenzione e si manifesta senza aloni mistici e trascendentali. L'esperienza non duale è amore, è semplicità, è verità!

La folgorante ovvietà del mondo indiviso che appare una volta che il dualismo che l'ego produce è dissolto, nasce da un processo di disillusione e disinganno piuttosto che da estasi meditative che sono generalmente stati passeggeri.

Chi ha vissuto vicino a Sri Babaji ben ricorda che al suo cospetto si provavano meravigliose estasi generalmente solo dopo che il nostro ego era stato raso al suolo da uno di Suoi magnifici Lila. Ben ricordiamo anche come di fronte a lui i pensieri si dissolvessero e se pensieri persistenti ci disturbavano Sri Babaji ci ignorava o ci faceva sentire così fuori luogo che dovevamo allontanarci.

Quando si osserva la realtà, con attenzione passiva e non divisa, liberi dalla sensazione di un osservatore separato dal tutto, si è oltre i condizionamenti e i pregiudizi che sono la stoffa dell'osservatore: l'io con il suo bagaglio di esperienza e memoria. Senza fare nulla la vita scorre e ci guida nell'azione armonica e congruente. Sri Babaji, ai miei occhi, è un'incarnazione di questa coscienza non divisa, di questa consapevolezza immediata che trascende lo spazio e il tempo, e mi rendo conto di come sia facile adorare il vaso invece di berne l'acqua, cioè credersi devoti adorando l'Icona senza davvero praticare ciò che Baba è venuto a mostrarci e trasmetterci.

Giorni fa Sri Muniraj in uno dei suoi rari discorsi pubblici ha posto l'accento sul problema del ego e della divisione il sentirsi "qualcuno" e l'identificazione con ruolo e casta che provoca.

Per questo tutte le tecniche, le pratiche di meditazione e qualunque metodo, saranno quindi efficaci o frustranti, secondo la prospettiva della nostra ricerca e potranno essere una via di trascendenza o una nuova illusione a sostegno dell'ego, secondo la motivazione di chi le utilizza. Quando mettiamo in pratica ciò che Krishnamurti ci ha così chiaramente trasmesso in tanti anni d'insegnamento cioè: l'osservazione senza un osservatore (l'attenzione di una mente sgombra dal pensiero) quando ci rendiamo conto della natura illusoria dell'io e l'osservatore scompare davvero, riconosciamo la vanità di qualunque sforzo di cambiare le cose, ci arrendiamo e viviamo nell'Om Namah Shivay.

Quando comprendiamo che è la rete del pensiero che crea la sensazione illusoria di un "io separato dal contesto", abbiamo accesso a un novo piano di coscienza e una presenza mentale priva di resistenza e conflitto con la Realtà, che dissolve l'ingannevole trama dell'ego con le sue speranze e paure. Si giunge così a comprendere che la meditazione è il frutto spontaneo di questa disillusione, nel rifiuto di ciò che falso. Ciò che ci è richiesto è principalmente il coraggio di vedere le cose come sono e di stare con "ciò che è". La mappa del pensiero non sarà mai il territorio della vita.

Il flusso dei pensieri è un rumore di fondo che copre la possibilità di fermarsi ad ascoltare il silenzio ed immergersi nell'Essere. Molti propongono tecniche di controllo mentale e l'esercizio della volontà per padroneggiare la mente, con la grave lacuna di non aver esaminato chi o che cosa dovrebbe controllarla. Dice un proverbio cinese: Quando l’uomo sbagliato usa i mezzi giusti, i mezzi giusti funzionano nel modo sbagliato… La pace mentale non è il prodotto dello sforzo e del controllo, che anzi è causa principale dell'agitazione stessa. Nasce dall'accettazione della realtà, senza via di fuga, dal riconoscimento che l'io è un prodotto della memoria e del condizionamento e che possiamo vivere pienamente solo quando non cadiamo in un'illusoria identificazione con esso. Il pensiero funziona senza conflitto quando si prende cura delle cose pratiche del momento, ma diventa il più grande ostacolo quando si sovrappone al nostro vero essere e sentire. Quando riconosciamo che il pensiero applicato all'Essere conduce a irrisolvibili paradossi lo lasciamo ai suoi compiti e possiamo guardare la realtà senza i condizionamenti del passato e liberi dal conflitto con ciò che è qui e ora. Solo a questo punto avviene per noi una vera rinascita.

Per far sì che questi concetti non restino astrazioni, ma diventino realtà vissuta ho trovato nella tecnica di respirazione intensa che insegno, il catalizzatore più efficace. Ed è stato Sri Babaji stesso a suggerirmi questa via, e mi dette le sue benedizioni perché la diffondessi in Italia. Ghora Devi ricorda che disse che questa respirazione era un Maha-Yoga per gli occidentali e per i nostri tempi. L'attenzione alle sensazioni, che la respirazione produce, favorisce l'immediato sentire non diviso, conduce oltre la dimensione concettuale alla diretta percezione e immedesimazione nel vero Sé.

Ma anche in questo caso nessun metodo e nessuna tecnica può essere efficace quando l'ego e la mente se ne impossessano. E' triste notare che spesso si fa cattivo uso anche delle pratiche migliori quando esse sono espressione di narcisistiche speranze di grandezza spirituale anziché sincera aspirazione all'auto-trascendenza. Per questo solo la vita stessa in ogni suo aspetto è il nostro vero Yoga, la nostra Sadhana, e solo vivendo pienamente con coraggio e attenzione profonda progrediamo.

Sri Babaji spesso diceva: Ognuno deve essere umano e coraggioso. Voglio un mondo di gente coraggiosa che prende la vita così come viene! (24 maggio 83)

 

Jiddu Krishnamurti un altro grande maestro gli insegnamenti del quale mi paiono manifesti in Babaji che come Bhole Baba li incarnava senza parlarne,
diceva:

Tutti conosciamo quel tremendo senso di solitudine nel quale né i libri né la religione servono più a niente, quando tutto quello che rimane dentro di noi è un vuoto spaventoso. La maggior parte di noi non riesce ad affrontare quel vuoto, quella solitudine; così fuggiamo e andiamo a cercare rifugio nella dipendenza da qualcosa, perché non possiamo sopportare di rimanere soli con noi stessi. Accendiamo la radio, leggiamo, lavoriamo, chiacchieriamo incessantemente occupandoci delle cose più diverse, dell’arte, della cultura. Ma arriva il momento nel quale non possiamo fare a meno di imbatterci in quel senso tremendo di isolamento. Anche se abbiamo un ottimo lavoro in cui tuffarci disperatamente, anche se ci mettiamo a scrivere libri, dentro di noi c’è questo vuoto tremendo. E siccome vogliamo riempirlo, ricorriamo alla dipendenza. Ci rifugiamo nella dipendenza, nei divertimenti, nella religione; facciamo dell’assistenza, ci diamo al bere, alle donne, facciamo di tutto per riempire quel vuoto. Ma se ci rendiamo conto che qualunque cosa facciamo per riempirlo o per nasconderlo non serve assolutamente a nulla; se ce ne rendiamo conto non a parole, vediamo l’assurdità di quello che stiamo facendo... allora ci ritroviamo ad affrontare un fatto. Non è questione di liberarsi dalla dipendenza. Il fatto non è la dipendenza; la dipendenza è solo una reazione a un fatto... Perché allora non affronto il fatto e sto a vedere che cosa succede? A questo punto sorge il problema dell’osservatore e dell’osservato. L’osservatore dice: “Mi sento completamente vuoto; non lo sopporto” e fugge da questa sensazione. L’osservatore dice: “Io sono diverso da questo vuoto”. Mentre, invece, l’osservatore è proprio questo vuoto; non c’é un osservatore che stia vedendo quel vuoto. L’osservatore è l’osservato. Quando questo accade, avviene una rivoluzione tremenda nella mente e nel cuore.

Credo che quest'Unità tra osservatore e osservato sia la sola chiave per dar fine all'egoismo. Da quest'Unità che: "non è quella dei politici o che può esistere anche in un gruppo di malviventi" nasce quella Rivoluzione interiore dilagante a cui Sri Babaji voleva ci unissimo.

 

Tu sei il mondo!

 


Testi citati

Ramana Gita

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