Realizzare l’Unità

» L’Herakhandi Samaj Italiano, questo sconosciuto!

[Sezione dedicata all’informazione sull’HSI, curata da Tulsa Singh]

L’Herakhandi Samaj Italiano in breve
L’Herakhandi Samaj Italiano è l’associazione che unisce e organizza i devoti italiani di Babaji Herakhan Baba e fa parte dell’Herakhandi Samaj Internazionale, l’organizzazione mondiale voluta da Babaji per la diffusione del suo messaggio umanitario di pace e di fratellanza, sintetizzato dalle tre parole “Verità, Semplicità e Amore”.

 

L’Herakhandi Samaj Italiano è l’organizzazione che rappresenta Babaji in Italia e in questi ultimi cinque anni ha avuto un rapido sviluppo organizzativo. In questo momento comprende una fondazione che gestisce le proprietà (immobili e terre) e quattro associazioni affiliate, tre delle quali funzionano anche come ashram. Idealmente comprende anche tutti i devoti e le diverse realtà italiane di Babaji, come ad esempio, le associazioni chiamate ‘amiche’ e la così detta “Bhole Baba City”.

I gruppi di lavoro nel Samaj Italiano
Ritrovando le direttive iniziali date da Babaji, sia le associazioni sia la fondazione hanno oggi alla loro guida dei gruppi di devoti. In generale il Samaj Italiano vive e si sviluppa grazie all’attività di gruppi di devoti. Questi gruppi possono essere classificati in tre categorie: gruppi istituzionali, gruppi creati per portare a termine un compito preciso e gruppi di fatto.
I gruppi istituzionali , sono i Consigli Direttivi e le Assemblee dei Soci delle diverse associazioni e il Consiglio di Amministrazione della Fondazione.
I gruppi di lavoro nascono quando un gruppo è creato e s’incontra regolarmente per portare a termine un lavoro, come per esempio il gruppo editoriale di questa nuova rivista “OM NAMAH SHIVAYA”, o il “gruppo delle donne” della “Bhole Baba City”.
I gruppi di fatto sono quelli che sono sorti spontaneamente, come i gruppi di devoti che nel territorio nazionale si incontrano regolarmente per fare l’Arti.
Trasformare i gruppi in occasioni di apprendimento.
Questi tre tipi di gruppo, dove i membri s’incontrano regolarmente, possono diventare anche luoghi di apprendimento di quelle abilità che consentono ad un gruppo di funzionare con efficacia, di comunicare bene, di prendere buone decisioni, senza manipolazioni e giochi di potere che solitamente sono solo delle reazioni involontarie dovute al fatto che non ci sentiamo a nostro agio quando entriamo in un gruppo e quindi assumiamo un atteggiamento difensivo. Questo finisce per innescare dei circoli viziosi che impediscono di lavorare insieme con soddisfazione reciproca e alimentano il nostro pessimismo.
In questo periodo storico tutta la cultura è improntata al singolo, per cui spesso il singolo è più efficiente di un gruppo, ma questo succede perché il gruppo non funziona come tale ma come insieme disarmonico di singoli, dove ognuno pensa che l'altro voglia solo “portare l’acqua al proprio mulino”. L’intenzione di lavorare insieme, infatti, non è sufficiente, bisogna poi superare la diffidenza e il senso di frustrazione di fronte alle difficoltà che inevitabilmente sorgono in ogni gruppo.
È necessario riuscire a funzionare mentalmente in un modo nuovo rispetto a quello che abbiamo imparato dalla cultura dominante. Ci devono essere degli apprendimenti per funzionare a ”livello di gruppo”: se questi apprendimenti sono presenti e i singoli membri sono diventati più abili, il gruppo diventa molto più efficace del singolo.

Gli apprendimenti che il gruppo può dare quando osiamo aprirci al cambiamento.
Questi apprendimenti riguardano principalmente la capacità di ascoltare, la capacità di rimanere in una situazione conflittuale e di gestirla, la capacità di ottimizzare le risorse e di valorizzare ogni singola persona, la capacità di tenere in considerazione la divergenza.
Nei momenti creativi è necessario imparare a non criticare e a far emergere le idee, e, solo in una fase successiva, ad analizzare le idee per trasformarle in progetti concreti.
Altri apprendimenti importanti riguardano la capacità di cambiare il proprio ruolo nel gruppo, se questo cambiamento è funzionale al gruppo, la capacità di sentire gli obiettivi del gruppo come propri, la capacità di accettare e sostenere il leader che il gruppo si è scelto in un dato momento della sua esistenza, la capacità di proporsi come leader se utile per tutti, la capacità di gestirsi il proprio ruolo nel gruppo a vantaggio di tutti.
Di rilevanza particolare è imparare a prendere buone decisioni per la Comunità. Per funzionare a livello di gruppo è necessario riuscire a sentirsi parte di un tutto, sopportando inizialmente il fastidio che ci fa sentire gli altri come una limitazione alle nostre ragioni e alla nostra impazienza di fare tutto subito e senza tante storie.
Questo per citare i temi più rilevanti.

Le marce mentali
Come un’autovettura possiede più marce per adattarsi alle condizioni del momento, analogamente la persona può funzionare con più marce mentali per adattarsi alle circostanze.
Con la prima marcia la persona funziona senza consapevolezza riflessiva su quello che fa: agisce e basta, senza alcuna riflessione su come sta facendo quella cosa. In questo caso manca una relazione vera e propria con qualcuno: in queste condizioni prevalgono l’impulso, il riflesso, l’abitudine e lo status quo.
Con la seconda marcia la persona riflette su quello che fa e su come lo fa. In questo caso la relazione c’è, ed è con se stessi.
Con la terza marcia si può funzionare a due con un partner con reciproca soddisfazione, e allora si parla di coppia.
Con la quarta marcia mentale si può funzionare come gruppo e percepirsi come parte di un tutto che amplifica le nostre potenzialità. Qui la relazione è con gli altri.
Con la quinta marcia mentale si può funzionare come comunità, e allora la relazione è fra il nostro gruppo di appartenenza e gli altri gruppi con cui si collabora per creare il bene comune.
Alcuni di questi modi mentali di funzionare richiedono allenamento perché nessuno li possiede in dotazione né per i geni né per cultura. La cultura attuale, in modo differente per ciascuna persona, fornisce modelli concreti, che poi possono diventare occasioni di apprendimento, solo per quanto riguarda la consapevolezza di sé e il funzionamento di coppia. Tuttavia anche a questi livelli abbiamo grandi difficoltà; spesso l’individuo non riesce ad armonizzarsi con se stesso e la coppia può diventare il terreno di battaglia, dove ci si sente manipolati dall’altro e dai suoi desideri.
L’unità come armonizzazione delle parti
In tutti questi modi di funzionamento mentale l’unità è il concetto base. Se l’individuo si sente uno, vuol dire che funziona bene a questo livello, se si sente diviso ha bisogno di imparare ad armonizzare le sue parti. Se la coppia si sente una, e i due partner si sentono parte di un’unità più grande, la coppia esiste e funziona, altrimenti bisogna imparare quelle abilità che la fanno funzionare.
Così è per il funzionamento di gruppo: se il modo di funzionamento mentale è tale per cui la persona si sente parte di un’unità che lo arricchisce e lo rende migliore, bene, funziona anche la marcia “gruppo”. Anche se in questo momento facciamo fatica a funzionare a questo livello,     possiamo ancora imparare a farlo. Se temiamo di affrontare il cambiamento, cercheremo per quanto possibile di evitare ogni occasione di gruppo; ed è la strada scelta da quasi tutti.
Se il concetto base è l’unità, diventa particolarmente importante imparare a creare unità ai diversi livelli mentali, in particolare al livello di gruppo.

Mettersi a imparare e aprirsi al cambiamento
Il luogo più naturale per imparare a funzionare al livello mentale di gruppo è il gruppo stesso. Il metodo classico è quello di avere un trainer in grado di allenare i membri a funzionare come gruppo, facilitando gli apprendimenti necessari, sensibilizzando il gruppo a riflettere sulle proprie dinamiche e aiutando il gruppo a superare le situazioni critiche. Senza trainer questo processo sarà affidato al caso, e, già alle prime difficoltà, il gruppo potrebbe irrigidirsi, mettendo in atto dinamiche ripetitive e poco funzionali che possono portare nel tempo alla rottura del gruppo o a un funzionamento di tipo burocratico e ruolizzato. Il fatto di essere devoti di Babaji e di essere su un cammino spirituale non ci rende di per sé capaci di funzionare come gruppo, come stare in India mesi non ci rende capaci di parlare hindi. Per imparare bisogna avere il coraggio di crederci e impegnarsi per raggiungere lo scopo. È necessaria questa idea di mettersi a imparare se vogliamo cambiare e far funzionare i nostri gruppi di lavoro.

Esempi di cambiamento
Per fare un piccolo esempio, in un gruppo di lavoro che sta prendendo una decisone se uno è stimolato da quello che si sta dicendo e ha voglia di dire la sua, prima di intervenire, deve imparare a chiedersi se quello che vuol dire è in argomento o se può essere utile per il gruppo. Se nessuno fa questa semplice operazione mentale presto gli interventi si accavalleranno e cominceranno ad andare in ogni direzione e il gruppo sarà improduttivo.
D’altra parte, chi è timido, quando sente che il suo intervento può essere utile, deve imparare a farsi spazio e a chiedere la parola e l’attenzione degli altri.
Anche sulla fiducia c’è molto da imparare. Per esempio si può imparare a far crescere gradualmente la fiducia nelle relazioni. Se quando lavoriamo, siamo concentrati in quello che facciamo, e quando spostiamo pietre, stiamo attenti a non farcele cadere sui piedi, la fiducia cresce in fretta. Con chi è disattento e ci fa del male abbiamo bisogno di più tempo. È importante che prima si accorga che con la sua disattenzione rischia di farci del male anche senza volerlo. Con la fiducia è meglio procedere gradualmente.
Un giorno a Herakhan, quando Babaji era presente nel corpo, mentre lavoravo a tagliare un grosso tronco con un’enorme sega, feci un movimento sbagliato e procurai un taglio profondo ad un vecchio sadhu che lavorava con me che si chiamava Sitaram. Per una settimana lo curai amorevolmente prodigandomi finché non fu completamente guarito. Fra me e lui si stabilì così un rapporto di fiducia. Mi ero reso conto di quanto pericolosa fosse la mia disattenzione e imparai a essere attento per non provocare danni. D’altra parte, grande era stato Sitaram a non arrabbiarsi con me e a non rifiutarsi di continuare a lavorare insieme. Certo la mia reazione premurosa gli aveva fornito la prova che ero una persona che, se gli faceva del male, almeno era capace di rendersene conto e di darsi da fare per riparare alla cosa. La fiducia nasce anche grazie a questi episodi, quando vedi che l’altro, anche se ti ha procurato dei problemi e ti ha fatto del male, è in grado di rendersene conto e cerca di riparare in qualche maniera.
In generale, quando si parla di capacità relazionali, c’è una grande differenza fra le persone, perché nella scuola dell’Obbligo e nella cultura dominante gli apprendimenti relazionali sono affidati al caso. Qualcuno ha imparato molto e altri hanno imparato così poco da non riuscire a reggere a una semplice conversazione senza alterarsi emotivamente nel giro di pochi scambi di battute.

Mettere da parte l'ego individuale
A questo punto, per riassumere, usando un altro linguaggio, si può dire che l’Herakhandi Samaj Italiano funzionerà sempre meglio se chi entra nei gruppi di lavoro che compongono il nostro movimento abbia imparato, o sia disponibile a imparare, l’arte di mettere da parte il proprio ego individuale e a vedere come la forza del gruppo cui apparteniamo faccia sentire più forti anche noi, e come quindi valga la pena rinunciare a parte del nostro potere personale.
Mettere da parte l’ego comporta anche il fatto di non andarsene dal gruppo quando si creano dei problemi.
In una prima fase della formazione di un gruppo può essere utile un trainer che aiuti il gruppo a crescere e a funzionare come gruppo, perché gli apprendimenti opportuni si fissino e divengano cultura del gruppo.
Il primo processo di apprendimento che un trainer mette in moto in un gruppo riguarda la capacità di ascolto. Pensate che in un gruppo è normale intervenire senza prestare la giusta attenzione a quello che viene detto dagli altri. Mentre l’altro parla, abbiamo in mente solo le nostre argomentazioni, spesso perdiamo la pazienza e, senza aspettare che l’altro finisca e senza aver ben compreso quello che ci stava dicendo, interveniamo e diciamo la nostra. Quando l’ascolto è così scarso, ci si sente poco importanti per il gruppo e si sente il gruppo poco importante per noi.
Se s’impara a dimenticarci per un momento di quello che vorremmo dire e a prestare il massimo di attenzione all’altro mentre parla, tanto da potere ripetere il suo intervento con nostre parole se l’altro lo chiedesse, potremmo scoprire la faccia piacevole dello stare in gruppo e di com’è bello ascoltarsi veramente.
Purtroppo però difficilmente un movimento spirituale farà questo tipo di lavoro, perché, come in ogni altro tipo di organizzazione gerarchica, anche nelle organizzazioni a carattere spirituale l’ego tende, per così dire, a gonfiarsi, in particolare quello dei leader.
Anche il nostro movimento corre questo rischio ma in misura minore visto gli insegnamenti pratici che Babaji ci ha dato. Babaji quando era presente ha dato una “lavata di capo” a tutti i suoi devoti mettendo i loro ego gli uni contro gli altri in un susseguirsi di lila spesso esplosivi. Il risultato è stato quello di renderci allergici a qualsiasi manifestazione egoica, cosicché, una volta che Lui se n’è andato, abbiamo continuato a farci “il pelo e contropelo a vicenda”.
Il risultato lo vediamo oggi nei leader dei nostri centri: più passa il tempo, più tengono un profilo basso senza fantasie di potere. E questa è la tendenza da anni.
Chiaramente questo discorso riguarda i leader e non il Guru. Tuttavia Muniraji, il guru che Babaji ci ha lasciato, è un esempio sublime di assenza di ego e mancanza di voglia di potere. Diversamente in altri movimenti, in particolare quelli politici, ma anche in quelli di tipo spirituale, i leader, più importanti sono, e più si sentono investiti di potere, potere che usano principalmente a loro proprio vantaggio.

Realizzare l’unità
Ritornando alla nostra organizzazione, come più volte Babaji ci ha ripetuto, noi funzioniamo bene se, quando ci mettiamo insieme, realizziamo l’unità.
Anche se abbiamo tutti i componenti di una macchina: ruote, motore, manubrio ecc. ancora non abbiamo un’autovettura, per avere un’automobile questi pezzi devono essere assemblati insieme in modo tale da formare un tutto armonico e funzionale. I Gurupurnima internazionali e i Novaratri in India mostrano cosa succede quando c’è unità fra tante persone. Per render quest’unità un fatto quotidiano bisogna imparare a ricreare l’unità ogni volta che ci troviamo in gruppo, sia quando lavoriamo, cantiamo e preghiamo insieme, ma anche quando ci incontriamo per far funzionare la “baracca”.

 

 

Sono venuto per aiutarvi a realizzare l’unità oltre la divisione. Non parlo di quel tipo di unità di cui parlano i partiti politici. Parlo di un’unità mai raggiunta finora, un’unità che otterremo per mezzo della mutua comprensione, senza bombe, fucili o forza. Tutti dovete cercare quell’unità. Costruirò un pozzo dove il leone e la capra potranno bere insieme. Quello che voglio per voi tutti è l’unità e la coscienza che siamo tutti Uno e lo stesso. Ciò che ha tenuto insieme questo incontro è l’energia che voi avete messo per spostare la montagna.

Parole di Babaji. Hairakhan, 18 aprile 1980